La vergogna delle accise sui carburanti in Italia

Benzina e diesel continuano a rappresentare una voce pesante per famiglie, lavoratori e imprese. Tra accise, IVA e costi alla pompa, il prezzo dei carburanti resta un problema economico e sociale
pompa carburante benzina e diesel

Fare il pieno è diventato per milioni di italiani una spesa tutt’altro che secondaria. Quando il prezzo della benzina o del diesel sale, l’effetto non si limita al singolo automobilista: aumenta il costo degli spostamenti, della logistica e, indirettamente, di numerosi beni e servizi.

Al centro del dibattito ci sono le accise sui carburanti, un’imposta applicata sui prodotti energetici che rappresenta una componente strutturale del prezzo pagato alla pompa.

Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, le aliquote nazionali sono oggetto di aggiornamenti normativi e risultano consultabili nelle tabelle ufficiali dell’amministrazione.

Accise: una tassa che incide ogni volta che facciamo rifornimento

Il problema, per il cittadino, è semplice da comprendere: l’accisa viene applicata al carburante prima ancora di arrivare al distributore e contribuisce quindi alla formazione del prezzo finale.

A questa componente si aggiunge l’IVA. Il risultato è che il costo effettivamente sostenuto dal consumatore non dipende soltanto dal prezzo industriale del petrolio o dalle quotazioni internazionali, ma anche dalla struttura fiscale nazionale.

Il tema non è nuovo. Gli stessi documenti del Ministero dell’Economia hanno più volte analizzato il peso delle accise sui carburanti e gli interventi adottati negli anni per limitarne temporaneamente l’impatto.

Durante la crisi energetica del 2022, per esempio, il Governo intervenne con riduzioni temporanee delle accise sui principali carburanti. Il Ministero dell’Economia ha documentato queste misure nei propri rapporti sulle spese fiscali.

Benzina e diesel, il conto arriva a fine mese

Per una famiglia che utilizza quotidianamente l’auto, anche pochi centesimi in più al litro possono trasformarsi, nell’arco di un anno, in una spesa significativa.

Il problema è ancora più evidente per chi deve utilizzare il proprio veicolo per lavorare: pendolari, rappresentanti, artigiani, professionisti e piccoli imprenditori possono avere consumi molto superiori alla media.

A pagare non sono quindi soltanto gli automobilisti che utilizzano la macchina per motivi personali. Il caro carburanti può incidere anche sui costi delle attività produttive e dei trasporti.

Il Ministero dell’Economia, nei propri documenti, evidenzia del resto come gli interventi su accise e IVA dei carburanti siano stati utilizzati proprio nel contesto delle misure contro il caro energia.

Quanto incassano le casse dello Stato?

Le accise sui prodotti energetici rappresentano una voce importante delle entrate pubbliche. I dati ufficiali del MEF mostrano l’entità del gettito associato alle accise sulla benzina e sul gasolio.

In una relazione del Ministero relativa al tax gap, per esempio, il gettito effettivo stimato per benzina e gasolio nel 2021 ammontava complessivamente a circa 16,8 miliardi di euro, mentre il gettito teorico era stimato in circa 18,5 miliardi.

Numeri che aiutano a capire perché il tema sia così delicato: ridurre strutturalmente le accise significherebbe intervenire su una fonte di entrate significativa per lo Stato.

Ma proprio per questo la questione dovrebbe essere affrontata con maggiore trasparenza: quanto del prezzo pagato dagli italiani serve a finanziare la fiscalità generale? Quanto viene destinato a specifiche politiche energetiche o infrastrutturali? E quali alternative esistono per compensare eventuali riduzioni?

Il vero problema è il peso complessivo della fiscalità

Ridurre la questione al semplice prezzo del petrolio sarebbe però fuorviante.

Il prezzo alla pompa nasce dalla somma di diverse componenti: quotazioni internazionali, costi di raffinazione e distribuzione, margini della filiera, accise e IVA.

Per questo, quando il prezzo del petrolio diminuisce, il consumatore non vede necessariamente una riduzione proporzionale del prezzo alla pompa.

È proprio questo uno degli aspetti che alimentano il malcontento: per chi deve utilizzare l’auto ogni giorno, il carburante non è un bene facilmente sostituibile, soprattutto nelle aree dove il trasporto pubblico non offre alternative realmente efficaci.

Accise e transizione energetica: serve una strategia

C’è poi un’altra questione da non ignorare.

Una fiscalità più elevata sui carburanti può essere utilizzata anche come strumento per incentivare consumi più efficienti e favorire la transizione verso forme di mobilità meno dipendenti dai combustibili fossili.

Tuttavia, una politica di questo tipo dovrebbe essere accompagnata da alternative concrete.

Non si può chiedere a un cittadino di utilizzare meno l’automobile se vive in una zona scarsamente servita dal trasporto pubblico. Allo stesso modo, non è semplice chiedere a un piccolo imprenditore di ridurre il consumo di carburante quando il proprio lavoro dipende quotidianamente dal furgone o dall’automobile.

La transizione energetica, quindi, non dovrebbe tradursi semplicemente in un aumento dei costi per chi non ha alternative.

Serve una riforma delle accise?

Il punto centrale non dovrebbe essere soltanto stabilire se le accise siano alte o basse, ma capire se l’attuale sistema sia equo, trasparente e sostenibile.

Una possibile riforma potrebbe prevedere una revisione complessiva della fiscalità sui carburanti, accompagnata da misure mirate per lavoratori, pendolari e categorie maggiormente esposte agli aumenti.

Occorrerebbe inoltre maggiore chiarezza sul destino delle entrate generate dalla tassazione dei carburanti.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli mantiene una sezione ufficiale dedicata alle aliquote delle accise nazionali, mentre la Ragioneria generale dello Stato pubblica i dati relativi alle entrate pubbliche.

Il carburante non è un lusso

Per una parte consistente della popolazione italiana, l’automobile resta uno strumento indispensabile per raggiungere il posto di lavoro, accompagnare i figli, fare la spesa o accedere ai servizi.

Per questo il costo del carburante dovrebbe essere considerato anche una questione di potere d’acquisto.

Quando aumentano benzina e diesel, infatti, non aumenta soltanto il costo del pieno. Possono aumentare anche i costi di trasporto delle merci e, di conseguenza, il prezzo finale di numerosi prodotti.

La discussione sulle accise, quindi, non riguarda soltanto gli automobilisti. Riguarda l’intera economia.

Una tassa da ripensare, non un problema da rimandare

Definire le accise una “vergogna” è una valutazione politica e sociale, non un dato contabile. Ma il malcontento dei cittadini nasce da un elemento concreto: il carburante rappresenta una spesa ricorrente e difficilmente comprimibile per chi deve necessariamente spostarsi in automobile.

Lo Stato ha bisogno di entrate per finanziare servizi, infrastrutture e politiche pubbliche. Allo stesso tempo, però, una pressione fiscale elevata sui consumi essenziali può pesare soprattutto sulle famiglie e sui lavoratori con minori possibilità di scelta.

La vera sfida, dunque, non è soltanto abbassare il prezzo alla pompa per qualche settimana. È costruire una politica energetica e fiscale più equilibrata, capace di tutelare il potere d’acquisto senza compromettere i conti pubblici e gli obiettivi ambientali.

Per gli italiani che ogni giorno fanno i conti con il prezzo del pieno, una riforma delle accise non è soltanto una questione tecnica. È una questione di economia familiare, lavoro e qualità della vita.

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