Nel dibattito tecnico e politico attorno al Ponte sullo Stretto di Messina, una voce autorevole si alza per mettere in guardia dalle semplificazioni e dalle scorciatoie normative. Si tratta del Prof. Ing. Antonino Risitano, esperto di meccanica dei materiali e docente universitario, che con una nota puntuale e accorata richiama l’attenzione su un tema tanto tecnico quanto cruciale: la resistenza a fatica dei cavi e il fenomeno del fretting nei fili e nei componenti costruttivi del sistema di sospensione.
“Mi permetto di osservare – scrive Risitano – che è stato il Comitato Scientifico (CS) stesso a imporre lo svolgimento di prove di fatica e di fretting, come indicato a pagina 30 dell’ultima relazione e raccomandazione tecnica.” Un richiamo che non può essere derubricato a dettaglio: le prove non sono un optional, ma una precisa richiesta derivante dalla necessità di garantire la durabilità e sicurezza strutturale di un’opera unica al mondo, sia per dimensioni che per complessità ambientale.
Il nodo della semplificazione normativa
La domanda che il professore pone è chiara e diretta: anche questo punto verrà aggirato da un decreto? Un interrogativo che risuona in un momento delicato, in cui l’opera viene spinta a livello politico come simbolo di modernità e sviluppo infrastrutturale, ma che dal punto di vista tecnico appare ancora avvolta da numerosi interrogativi non sciolti.
Secondo Risitano, l’attuale stato progettuale del ponte non può essere considerato pienamente definitivo: “Si sta trattando di un’opera unica al mondo che è passata da un progetto preliminare a uno definitivo (o presunto tale) solo con dati derivanti da una galleria del vento, con tutti i limiti del caso.” Una critica che punta il dito sull’insufficienza sperimentale alla base della progettazione attuale, evidenziando come le verifiche finora effettuate non siano in grado di coprire i fenomeni a lungo termine come, appunto, la fatica.
I ponti non sono immuni
A fronte delle dichiarazioni di alcuni tecnici e promotori che minimizzano il problema, Risitano ribadisce un fatto consolidato nella comunità ingegneristica internazionale: nessun ponte simile è immune dal fenomeno della fatica. “Non risulta vero che i ponti similari non risentono della fatica – chiarisce – tanto è vero che i piani di manutenzione prevedono controlli serrati per scongiurare anche questo particolarissimo e bistrattato fenomeno.”
Il riferimento è ai grandi ponti sospesi internazionali, i cui programmi di monitoraggio includono sistematicamente verifiche a fatica proprio sui cavi e sui sistemi di sospensione, soggetti a micro-sollecitazioni cicliche che possono portare a rotture anche catastrofiche nel lungo periodo.
IHI e la falsa paternità progettuale
Un’ultima precisazione, ma non meno importante, riguarda la vera paternità tecnica dei cavi del Ponte. Contrariamente a quanto affermato da alcuni operatori del settore, il Prof. Risitano chiarisce che la società IHI non ha progettato i cavi: “La loro configurazione, sia per quanto riguarda la sezione che l’intreccio dei fili, risale a molti anni fa ed è frutto del lavoro di altri progettisti.”
Una puntualizzazione che rimette al centro la necessità di trasparenza progettuale e storica, in un’opera che dovrebbe rappresentare l’eccellenza dell’ingegneria italiana, e che invece rischia di trasformarsi in un laboratorio di compromessi al ribasso.
Conclusione
La nota del Prof. Risitano è un richiamo alla responsabilità e al rigore scientifico. “Con il massimo del rispetto”, dice, ma senza rinunciare alla chiarezza: bypassare la scienza con la burocrazia non è mai un buon affare, men che meno quando si tratta di un’infrastruttura di tale impatto, economico, ambientale e sociale. Il Ponte sullo Stretto sarà anche unico, ma proprio per questo deve rispettare gli standard più alti, non quelli più comodi.

















