Carburanti alle stelle, cittadini lasciati soli: sulle accise il governo incassa, gli italiani pagano

Dallo shock energetico internazionale alla scadenza degli sconti fiscali, famiglie e imprese continuano a sostenere il peso della crisi. Il governo aveva promesso il meccanismo delle accise mobili, ma il decreto attuativo è in ritardo. Intanto, autotrasportatori e movimenti popolari si preparano alla mobilitazione: la pazienza degli italiani è sempre più vicina al limite
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Lo Stato non può chiedere sacrifici all’infinito – C’è un momento in cui la prudenza diventa immobilismo e le promesse, se non sono seguite dai fatti, si trasformano in un esercizio di propaganda. Per molti italiani, quel momento è arrivato davanti alle colonnine dei distributori.

La crisi in Medio Oriente ha aggravato l’incertezza sui mercati energetici. Lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il commercio mondiale di petrolio, è stato di fatto paralizzato dal conflitto e dalle minacce alla navigazione. Le tensioni hanno investito anche il Mar Rosso e l’area dello Stretto di Bab el-Mandeb, mettendo sotto pressione rotte commerciali già esposte a enormi rischi geopolitici.

Le conseguenze non si fermano alle mappe militari o alle quotazioni internazionali. Arrivano direttamente nelle tasche di chi deve fare il pieno per andare al lavoro, di chi usa un furgone per consegnare merci, di chi coltiva un campo e di chi gestisce una piccola impresa.

Secondo una stima della CNA riportata dall’ANSA il 3 ottobre, dall’inizio del conflitto con l’Iran il maggiore esborso energetico per famiglie e imprese italiane aveva raggiunto circa 16,5 miliardi di euro rispetto ai prezzi medi di febbraio. Di questi, tra 7,4 e 7,6 miliardi sarebbero riconducibili a benzina e gasolio.

Non si tratta, dunque, di un disagio marginale. È una pressione economica che attraversa l’intero sistema produttivo e che rischia di alimentare ulteriormente il costo della vita.

Accise, lo sconto finisce e il conto torna ai cittadini

Il nodo politico è evidente: quanto può permettersi di aspettare un governo mentre l’emergenza energetica si traduce in spese quotidiane sempre più pesanti?

L’esecutivo era intervenuto con riduzioni temporanee delle accise, ma lo sconto sul gasolio è stato progressivamente ridimensionato fino a scadere il 5 ottobre. Dal giorno successivo, il prezzo ha risentito del ritorno all’aliquota ordinaria. Il meccanismo delle cosiddette accise mobili, annunciato per utilizzare il maggior gettito IVA derivante dai rincari, è rimasto nel frattempo in attesa del decreto attuativo.

La conseguenza politica è difficile da ignorare: gli italiani si sono trovati nuovamente esposti ai rincari proprio mentre la crisi internazionale continuava a produrre incertezza.

È legittimo discutere dei vincoli di bilancio e delle risorse necessarie per finanziare un intervento fiscale. Ma è altrettanto legittimo domandare perché gli strumenti promessi non siano diventati operativi in tempo e quali misure immediate il governo intenda adottare per impedire che il caro carburanti si trasformi in una nuova tassa indiretta sui bilanci familiari.

Perché quando il costo di un bene essenziale cresce, non è sufficiente ricordare che le cause sono internazionali. Occorre anche dimostrare che lo Stato sta facendo tutto ciò che è concretamente possibile per limitare i danni.

La protesta cresce, mentre la politica rischia di restare indietro

Il malcontento non è più soltanto una questione da dibattito televisivo.

In Calabria, secondo quanto riferito dalla TGR Rai il 13 ottobre, sono stati annunciati presidi permanenti a partire dal 16 ottobre in quattro nodi logistici, con un’ulteriore azione congiunta con il comparto degli autotrasportatori prevista dal 21 ottobre. In Sicilia, l’autotrasporto ha annunciato il fermo dei mezzi dal 16 al 22 ottobre, secondo una notizia pubblicata dall’ANSA il 10 ottobre.

Anche i tassisti hanno annunciato una manifestazione a Roma per il 26 ottobre, chiedendo misure fiscali e sostegni contro l’impennata dei costi energetici.

Questi segnali raccontano un disagio che non può essere liquidato come semplice protesta di categoria. Quando il carburante diventa troppo caro, non soffre soltanto chi guida un camion: aumenta la pressione sui trasporti, sulla distribuzione delle merci e, potenzialmente, sui prezzi pagati da tutti i consumatori.

Il rischio è che il conto della crisi si moltiplichi lungo l’intera filiera economica, trasformando ogni litro di gasolio in un costo aggiuntivo per il Paese.

E quando lavoratori e imprese arrivano a valutare il fermo delle attività, la domanda non è più se esista un problema, ma perché le risposte non siano ancora sufficienti a contenerlo.

Guerra, Ucraina e priorità di bilancio: una domanda politica inevitabile

C’è poi una questione più ampia, che riguarda le priorità della spesa pubblica.

L’Italia partecipa alle decisioni europee sulla sicurezza, sostiene l’Ucraina e affronta impegni legati alla difesa. Sono scelte politiche che devono essere discusse apertamente, soprattutto quando comportano l’impiego di risorse pubbliche. Ma proprio per questo i cittadini hanno diritto a conoscere i costi, gli obiettivi e le conseguenze di ogni decisione.

La domanda da porre al governo non è se l’Italia debba ignorare le crisi internazionali, né se ogni euro destinato alla sicurezza possa essere automaticamente trasferito alle famiglie. Sarebbe una semplificazione contabile e politica.

La domanda è un’altra: quale priorità viene riconosciuta, in concreto, all’emergenza economica che colpisce milioni di cittadini?

Se si ritengono necessari gli impegni internazionali, bisogna spiegare come renderli compatibili con la tutela del potere d’acquisto, con il sostegno alle imprese e con la protezione delle fasce più vulnerabili. Se le risorse sono limitate, occorre dichiarare quali alternative siano state valutate e perché alcune misure vengano considerate possibili e altre no.

Non è accettabile invocare la responsabilità quando si chiede ai cittadini di pagare di più e sottrarsi allo stesso livello di responsabilità quando si tratta di giustificare le scelte del potere pubblico.

Il prezzo dell’immobilismo non compare soltanto alla pompa

Il governo può sostenere che una riduzione generalizzata delle accise abbia un costo elevato per le casse pubbliche. È un’obiezione che merita una risposta seria, non uno slogan contrario.

Ma esistono anche altre domande: perché non rendere subito operativo il meccanismo annunciato? Perché non valutare aiuti temporanei mirati alle famiglie in difficoltà e alle categorie maggiormente esposte? Perché non presentare un piano con scadenze precise, coperture finanziarie verificabili e criteri trasparenti per misurare i risultati?

Non è detto che un taglio indiscriminato sia sempre la soluzione migliore. Un intervento mirato potrebbe concentrare le risorse su chi rischia maggiormente di non riuscire a sostenere le spese essenziali. Ciò che non può mancare è una strategia comprensibile, tempestiva e verificabile.

La politica non può limitarsi ad amministrare l’emergenza quando l’emergenza è già diventata una difficoltà strutturale per chi lavora e produce.

Gli italiani non chiedono miracoli. Chiedono risposte

La questione dei carburanti è diventata il simbolo di una frattura più profonda: quella tra le decisioni prese nelle istituzioni e la realtà quotidiana di chi deve far quadrare i conti.

Non è necessario sostenere che il governo abbia deliberatamente deciso di impoverire i cittadini per riconoscere che ritardi, misure temporanee e promesse non mantenute possono aggravare la sfiducia. E non serve attribuire intenzioni non dimostrate per chiedere conto delle conseguenze concrete delle scelte politiche.

La benzina e il gasolio non sono beni di lusso per chi vive lontano dai servizi, per chi lavora su strada o per chi deve consegnare prodotti e materie prime. Sono costi che attraversano l’economia e che, quando aumentano rapidamente, finiscono per pesare anche su chi non possiede un’automobile.

Il governo ha il dovere di spiegare come intenda affrontare questa emergenza, quali risorse sia disposto a impiegare e in quali tempi. Ha il dovere di rendere conto delle proprie decisioni, così come i cittadini sono chiamati a rispettare le regole e a sostenere il peso della fiscalità.

Perché la stabilità dei conti pubblici è importante, ma lo è anche la sostenibilità dei conti delle famiglie.

E se la crisi internazionale non dipende da Palazzo Chigi, la risposta nazionale sì: nei tempi, negli strumenti e nelle priorità.

Un governo non può controllare ogni guerra, ogni rotta commerciale o ogni oscillazione del petrolio. Può però decidere quanto rapidamente attuare le promesse in campagna elettorale e proteggere i propri cittadini dalle conseguenze. È su questa responsabilità, non sulle promesse, che sarà giudicato.

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