Se il sistema Ponte sullo Stretto è il modello che vogliamo, allora abbiamo un problema

Dalle procedure accelerate alle inchieste giudiziarie: il caso del Ponte sullo Stretto solleva interrogativi che vanno ben oltre la singola opera
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Non è l’ennesimo articolo sul Ponte sullo Stretto di Messina. O almeno non soltanto.

Perché, al di là del dibattito tecnico sull’utilità dell’opera, sulla sua sostenibilità economica, sugli impatti ambientali o sulla sua effettiva realizzabilità, la domanda che oggi emerge con forza è un’altra: il sistema costruito attorno al Ponte sullo Stretto rappresenta davvero il modello di governance pubblica che vogliamo per le grandi opere italiane?

La questione assume una rilevanza ancora maggiore alla luce delle recenti indagini della Procura di Roma che hanno coinvolto l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, l’ex consigliere di amministrazione della Stretto di Messina Spa Giacomo Francesco Saccomanno e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio.

Le accuse dovranno naturalmente essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti e tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva. Tuttavia, al di là degli esiti processuali, l’inchiesta pone interrogativi che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il rapporto tra potere politico, interessi economici e organismi di controllo.

Un’opera che vive da oltre cinquant’anni

Il Ponte sullo Stretto non è un progetto nato ieri. Da oltre mezzo secolo attraversa governi, legislature, crisi economiche, cambi di maggioranza e profonde trasformazioni del Paese. Nel corso degli anni è stato approvato, bloccato, rilanciato, accantonato, rifinanziato e nuovamente riproposto.

Pochissime opere pubbliche italiane hanno accumulato una storia amministrativa così lunga e complessa. Eppure, proprio questa straordinaria longevità politica dovrebbe indurre a una riflessione.

Se dopo decenni di discussioni il progetto continua a dividere istituzioni, tecnici, economisti, ambientalisti e cittadini, forse il problema non riguarda soltanto il ponte in sé, ma il modo in cui vengono assunte le decisioni che lo riguardano.

La centralità dei controlli pubblici

In qualsiasi democrazia moderna i controlli non rappresentano un ostacolo allo sviluppo. Sono una garanzia.

La Corte dei Conti, gli organismi ambientali, le autorità tecniche, le procedure di valutazione e gli enti chiamati a esprimere pareri esistono per verificare che le opere pubbliche siano realizzate nel rispetto della legge e dell’interesse generale.

Quando un progetto vale miliardi di euro, coinvolge territori fragili dal punto di vista ambientale e impegna risorse pubbliche enormi, il ruolo di questi organismi diventa ancora più importante.

Per questo motivo le recenti contestazioni formulate dalla Procura di Roma assumono una particolare rilevanza. Secondo gli inquirenti, infatti, vi sarebbero stati tentativi di acquisire informazioni riservate e influenzare l’esame della Corte dei Conti sul progetto. Sarà la magistratura a stabilire se tali accuse siano fondate. Ma il solo fatto che il controllo della Corte venga individuato dagli investigatori come uno snodo decisivo conferma quanto fosse centrale quel passaggio.

Il rischio della logica del “fare comunque”

Negli ultimi anni il dibattito sulle grandi opere sembra spesso essersi ridotto a una contrapposizione semplicistica: da una parte chi sostiene che ogni controllo sia un freno allo sviluppo, dall’altra chi considera qualsiasi infrastruttura una minaccia.

Entrambe le posizioni rischiano di essere fuorvianti.

Il vero tema non è fare o non fare il Ponte. Il vero tema è stabilire come vengono prese le decisioni.

Se il principio diventa quello secondo cui un’opera deve essere realizzata a ogni costo e nel minor tempo possibile, allora qualsiasi verifica indipendente rischia di essere percepita come un ostacolo da superare anziché come una garanzia da rispettare.

È una logica che può riguardare il Ponte sullo Stretto oggi, ma qualsiasi altra grande opera domani.

Deroghe, procedure speciali e concentrazione dei poteri

Il progetto del Ponte è stato accompagnato negli anni da norme speciali, commissariamenti straordinari e procedure accelerate pensate per ridurre i tempi amministrativi.

Si tratta di strumenti che spesso vengono giustificati con la necessità di superare la burocrazia. Tuttavia, ogni deroga introduce inevitabilmente una domanda: fino a che punto è legittimo comprimere i controlli in nome della rapidità? E quando la velocità diventa più importante della trasparenza?

Il rischio è che si sviluppi una cultura amministrativa nella quale le procedure ordinarie vengono considerate un problema e le eccezioni diventano la regola.

La fiducia dei cittadini si costruisce con la trasparenza

Le grandi opere pubbliche non si reggono soltanto sui finanziamenti o sulle autorizzazioni. Si reggono soprattutto sulla fiducia.

Quando i cittadini percepiscono che le decisioni vengono assunte in modo trasparente, attraverso controlli rigorosi e verifiche indipendenti, la legittimazione democratica delle opere si rafforza.

Quando invece emergono polemiche, sospetti, inchieste e contestazioni, la fiducia tende inevitabilmente a diminuire.

Anche per questo motivo la vicenda giudiziaria aperta dalla Procura di Roma assume una rilevanza che va ben oltre il destino dei singoli indagati.

Una questione che riguarda il futuro del Paese

Il Ponte sullo Stretto continua a essere presentato come un simbolo del futuro. Ma il futuro non si misura soltanto dalla capacità di costruire infrastrutture. Si misura anche dalla qualità delle istituzioni che le autorizzano, le controllano e le finanziano.

La vera domanda, dunque, non è soltanto se il Ponte verrà realizzato. La domanda è quale modello di amministrazione pubblica vogliamo adottare per le grandi opere del XXI secolo.

Se il sistema che emerge attorno al Ponte sullo Stretto dovesse diventare il paradigma nazionale, allora il dibattito non riguarderebbe più soltanto una campata sospesa tra Sicilia e Calabria. Riguarderebbe il rapporto tra potere, controlli, trasparenza e democrazia nell’Italia che verrà.

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