Reggio Calabria: dal baratro del 2012 al sollievo del 2020. Una città che non deve dimenticare

Il dissesto finanziario, pagato a caro prezzo dai Reggini, era stato certificato dalla Corte dei Conti
Comune di Reggio Calabria

Nel 2012 Reggio Calabria si trovò davanti a una verità che nessuno poteva più nascondere: la Corte dei Conti mise nero su bianco un buco da 679 milioni di euro. Una cifra colossale, equivalente a circa 1.300 miliardi di vecchie lire, che decretò il tracollo della finanza comunale.
Il Comune, già sciolto per contiguità mafiosa, era l’emblema del fallimento di un sistema politico-amministrativo che per anni aveva mascherato la realtà con bilanci irregolari, consulenze clientelari e spese folli.

La città-cartolina e i conti truccati

Il cosiddetto “modello Reggio” si rivelò un castello di carta: feste, eventi patinati e parate mediatiche coprivano un’amministrazione che accumulava debiti fuori bilancio e pignoramenti di ogni tipo.
La relazione della Corte dei Conti elencava numeri impietosi: centinaia di decreti ingiuntivi, milioni di euro non versati al fisco, elusione del patto di stabilità, spese illegittime per dipendenti e consulenti. A ciò si aggiungevano i buchi delle società partecipate, travolte anche da inchieste giudiziarie e infiltrazioni mafiose.

I fantasmi della gestione Fallara e il peso della politica

I bilanci, approvati con i pareri favorevoli dei revisori oggi sotto processo, erano stati gonfiati o truccati dall’ex dirigente Orsola Fallara, la cui tragica morte nel 2010 aveva già fatto emergere una prima crepa in quel sistema.
Le giunte guidate da Giuseppe Scopelliti e Demetrio Arena avevano consegnato alla città un’eredità insostenibile: stipendi comunali a rischio, imprese creditrici lasciate senza pagamenti, servizi al collasso.

Il paragone con Alessandria: un macigno senza precedenti

Per rendere l’idea, basti pensare che nello stesso periodo il Comune di Alessandria era precipitato nel default con un debito di 19 milioni di euro. A Reggio, invece, la voragine era di dimensioni trenta volte superiori: un dissesto che portò la città a essere additata come caso nazionale.

Il punto di svolta nel 2020

Otto anni dopo, nel pieno di un lungo e complesso piano di riequilibrio, il Comune guidato dal sindaco Giuseppe Falcomatà poté annunciare insieme all’assessore Irene Calabrò una svolta:

  • 200 milioni di euro a fondo perduto concessi dallo Stato in tre anni per cancellare il debito ingiusto e liberare la città dal macigno del passato;
  • nuova liquidità per pagare i creditori e sospensione delle procedure esecutive che per anni avevano paralizzato gli uffici;
  • rinegoziazione dei mutui e accesso a fondi straordinari, con restituzione trentennale a tasso zero;
  • la chiusura della vicenda idropotabile (1981-2004), che per due decenni aveva gravato sui bilanci comunali.


Una città che non deve dimenticare

Se nel 2012 Reggio Calabria era sprofondata nel baratro di un dissesto finanziario di proporzioni storiche, nel 2020 lo Stato riconobbe la specificità del caso e consentì di ripartire con nuove risorse.
Ma la memoria resta fondamentale: il popolo reggino non può dimenticare la stagione in cui la città venne umiliata da scelte politiche scellerate, da infiltrazioni criminali e da conti falsificati.
Solo ricordando quel passato, si può evitare che il “macigno del 2012” torni a pesare sulle spalle delle generazioni future.

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