Cannitello, Villa San Giovanni (RC) – La cosiddetta faglia di Cannitello torna al centro del dibattito sul Ponte sullo Stretto di Messina. A fare il punto è Gianluca Valenzise, geologo e ricercatore dell’INGV, che in un’intervista alla stampa locale ha spiegato come la natura di questo elemento geologico non sia ancora definita in modo definitivo.
Secondo Valenzise, il sito osservato presenta uno “scalino” di circa quindici metri che separa la Strada Statale 18 dalla pianura sottostante. Proprio questo dislivello è da anni oggetto di interpretazioni differenti tra studiosi e tecnici.
Due ipotesi sulla faglia di Cannitello
Il ricercatore chiarisce che, dal punto di vista geologico, esistono due processi capaci di generare una scarpata simile.
Il primo scenario è quello di una faglia vera e propria, cioè una frattura della roccia lungo la quale due masse possono muoversi reciprocamente. In questo caso, se la struttura si estendesse in profondità, potrebbe avere rilevanza sismica o comunque incidere sulle opere di fondazione di una grande infrastruttura come il Ponte sullo Stretto.
Il secondo scenario, ritenuto più semplice, è invece quello di una falesia marina fossile, prodotta dall’erosione del mare in epoche passate. Si tratterebbe quindi di un antico gradino costiero modellato dalle onde, senza particolari implicazioni strutturali attuali.
Perché il nodo è importante per il Ponte sullo Stretto
Valenzise sottolinea che la differenza tra le due interpretazioni è sostanziale: nel primo caso si avrebbe un elemento geologico da valutare attentamente in fase progettuale, nel secondo un fenomeno naturale ormai inattivo e privo di criticità.
“È una questione bianco o nero”, spiega il geologo, evidenziando come sia necessario stabilire con precisione la natura della struttura.
Gli studi già eseguiti nell’area
L’area di Cannitello e dell’intera costa reggina è stata oggetto di numerose ricerche sui terrazzi marini, antiche linee di riva oggi sollevate rispetto al livello del mare. Si tratta di fenomeni ben noti in Calabria, dove il territorio è stato interessato nel tempo da movimenti tettonici che hanno portato all’emersione progressiva delle vecchie coste.
Secondo Valenzise, avvicinandosi però alle aree urbanizzate e al sito previsto per il ponte, diventa essenziale capire se anche lo scalino di Cannitello rientri in questo quadro geomorfologico oppure rappresenti qualcosa di diverso.
Come si può chiarire definitivamente
Per sciogliere ogni dubbio, il ricercatore indica tre possibili strumenti di indagine:
- analisi geomorfologiche della scarpata;
- profili sismici del sottosuolo tramite onde riflesse;
- scavi diretti attraverso la struttura geologica.
Uno scavo, spiega, permetterebbe di riconoscere immediatamente la differenza tra una vecchia falesia marina – dove potrebbero emergere sedimenti costieri o conchiglie – e una faglia, che mostrerebbe superfici di scorrimento e deformazioni tipiche.
“Tema strumentalizzato, ma la ricerca deve restare neutrale”
Sul forte dibattito politico e pubblico nato attorno alla faglia di Cannitello, Valenzise invita a distinguere tra polemiche e metodo scientifico.
Il ricercatore ribadisce che il compito della scienza è comprendere il funzionamento dei fenomeni naturali attraverso dati oggettivi, indipendentemente da chi possa trarre vantaggio dalle conclusioni.
La questione resta quindi aperta: per il futuro del Ponte sullo Stretto, la parola decisiva spetterà alle indagini geologiche.
















