Nel Paese dei balocchi e dei cantieri eterni, il Ponte sullo Stretto rischia di diventare il monumento definitivo all’attesa pagata con soldi pubblici. A metà 2026, dopo decenni di annunci, decreti, conferenze stampa e rendering spettacolari, della “grande opera strategica” non esiste ancora una prima pietra. Ma una cosa cresce eccome: la spesa pubblica.
Mentre il governo continua a vendere il Ponte come simbolo del rilancio del Sud e della modernizzazione italiana, aumentano invece polemiche, rilievi tecnici e accuse politiche su quella che, per molti osservatori, potrebbe trasformarsi nell’ennesimo pozzo senza fondo finanziato dai contribuenti.
Al centro c’è ancora lui: Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina, uomo scelto e difeso apertamente dal ministro Matteo Salvini. Negli ultimi mesi Ciucci ha continuato a rassicurare istituzioni e opinione pubblica promettendo l’avvio della “fase realizzativa” entro il 2026, sostenendo che l’opera produrrà benefici economici per miliardi di euro nei prossimi trent’anni.
Ma fuori dai comunicati ufficiali, la situazione appare molto meno trionfale.
La Corte dei Conti ha già espresso rilievi importanti sul progetto, mentre il presidente dell’ANAC, Giuseppe Busia, ha addirittura parlato della necessità di una nuova gara per evitare possibili problemi con la normativa europea sugli appalti.
Il nodo più delicato riguarda proprio la legittimità dell’intera procedura: costi lievitati nel tempo, modifiche contrattuali, finanziamento ormai totalmente pubblico e interrogativi sulle condizioni originarie della concessione. Questioni che alimentano il sospetto di un potenziale danno erariale, soprattutto se il progetto dovesse subire ulteriori stop o ricorsi.
Nel frattempo, però, la macchina amministrativa continua a funzionare. Consulenze, studi, strutture commissariali, società partecipate, dirigenti e stipendi pubblici continuano a pesare sulle casse dello Stato mentre i cittadini vedono soltanto slide, annunci e promesse.
Secondo le dichiarazioni ufficiali della Stretto di Messina, il costo aggiornato dell’opera avrebbe raggiunto circa 13,5 miliardi di euro, anche se l’AD Ciucci continua a sostenere che non ci saranno ulteriori aumenti rispetto alle stime attuali.
Eppure la storia italiana delle grandi opere racconta spesso altro: tempi infiniti, extracosti, contenziosi e continue revisioni progettuali. Per questo cresce la domanda che molti cittadini iniziano a porsi apertamente: quanti soldi pubblici saranno stati spesi prima ancora di vedere un solo pilone emergere dallo Stretto?
La vicenda è ormai diventata anche uno scontro politico permanente. Salvini difende il progetto come opera strategica nazionale e ha ribadito pubblicamente la sua fiducia totale in Ciucci, sottolineando che il Ponte sarà realizzato interamente con denaro pubblico.
Ma opposizioni, ambientalisti e parte del mondo tecnico continuano ad accusare il governo di voler forzare procedure e controlli pur di mantenere in vita un’opera sempre più divisiva.
E mentre il dibattito si trascina tra decreti scritti con i piedi, audizioni parlamentari e verifiche della Corte dei Conti, resta un dato politico difficile da ignorare: nel 2026 il Ponte sullo Stretto continua a esistere soprattutto nei bilanci, nei tavoli tecnici e negli stipendi. Non nei cantieri. Mentre tanti cittadini credono ancora alle favole di una fetta di politica italiana.
Nel frattempo, una parte dei cittadini continua ancora a credere ai proclami e alle promesse miracolistiche raccontate da certa politica italiana, nonostante anni di annunci senza risultati concreti sotto gli occhi di tutti.

















