Ponte sullo Stretto: gli italiani lo pagheranno due volte, tra tasse e pedaggi

L’opera da oltre 13 miliardi sarà finanziata con fondi pubblici, ma il pedaggio stimato tra i 7 e i 10 euro a tratta graverà di nuovo sui cittadini con costi di manutenzione altissimi e ritorni economici limitati
ponte sullo stretto di messina

Il Ponte sullo Stretto di Messina, da un lato viene raccontato come il simbolo della modernità italiana, capace di collegare Sicilia e Calabria e di attrarre investimenti. Dall’altro, però, emergono numeri e analisi che sollevano dubbi sulla sostenibilità economica e sul reale beneficio per i cittadini.

Un investimento da 13 miliardi di euro

Il costo stimato dell’opera supera i 13 miliardi. Una cifra enorme, che verrà coperta in gran parte con fondi statali. Questo significa che, al di là dei proclami, saranno i contribuenti italiani a pagare il ponte attraverso le tasse, già al momento della sua costruzione.

Il pedaggio: una seconda tassa occulta

Una volta completato, il ponte non sarà gratuito. Si stima che per attraversarlo in auto il pedaggio sarà compreso tra i 7 e i 10 euro a tratta, mentre i camion potrebbero arrivare a pagare anche 20 euro. Per i residenti sono previsti sconti, ma la gran parte degli utenti dovrà sostenere un costo significativo per percorrere poco più di 3,6 chilometri di viadotto.

Il dato più controverso riguarda il rapporto tra prezzo e distanza: il ponte avrà un costo al chilometro fino a sessanta volte superiore a quello delle autostrade italiane, trasformandosi di fatto in una delle tratte più care al mondo.

Manutenzione da record

Oltre al costo di costruzione, si aggiunge quello della manutenzione, stimato tra i 110 e i 140 milioni di euro all’anno. Con i soli pedaggi si coprirebbe meno del 10% di questa cifra, lasciando ancora una volta allo Stato – e quindi ai cittadini – il compito di colmare il divario.

I conti non tornano

Anche nelle ipotesi più ottimistiche, con un traffico annuo stimato in circa 12 milioni di veicoli, i ricavi coprirebbero solo una minima parte dei costi complessivi. In 30 anni di esercizio, si riuscirebbe a recuperare meno di un quarto dell’investimento iniziale.

Questo significa che il ponte, già finanziato con soldi pubblici, non sarà mai in grado di ripagarsi con i soli pedaggi, costringendo a continui esborsi aggiuntivi da parte dello Stato.

Un’opera pagata due volte

Il paradosso è evidente: i cittadini finanzieranno il ponte una prima volta con le tasse e una seconda volta ogni volta che lo attraverseranno. Una doppia imposizione che alimenta la percezione di un’opera “di lusso” pagata dal popolo, senza garanzie di ritorno economico concreto.

Le incognite ambientali e sociali

Oltre ai conti, restano aperti i capitoli legati all’impatto ambientale e sociale. Il cantiere coinvolgerà aree di pregio naturalistico nello Stretto, zona riconosciuta dall’Unione Europea come sito protetto per la biodiversità. La gestione dei cantieri, le opere collaterali e le infrastrutture di collegamento rischiano di incidere profondamente sull’ecosistema e sul tessuto urbano delle città coinvolte.

Il rischio di un simbolo al contrario

Il Ponte sullo Stretto, nelle intenzioni, dovrebbe diventare il simbolo della nuova Italia, capace di unire il Paese e di rilanciare il Sud. Ma i numeri suggeriscono che, i rischi, invece di diventare il simbolo di un’opera, sarà pagata due volte dai cittadini e mai davvero redditizia.

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