Il Ponte sullo Stretto di Messina, sbandierato come opera strategica da Salvini e difeso dall’ad Pietro Ciucci, resta bloccato. La Corte dei Conti ha nuovamente frenato il progetto da oltre 13,5 miliardi di euro, evidenziando gravi mancanze nella documentazione, dubbi sull’iter dell’appalto e costi in continua crescita. Intanto i cittadini continuano a pagare, senza vedere alcun cantiere reale.
1. Il nuovo stop della Corte dei Conti
La Corte dei Conti ha rinviato la registrazione della delibera CIPESS necessaria ad avviare l’opera, perché mancano documenti fondamentali. Tra questi risultano assenti pareri tecnici essenziali, valutazioni ambientali aggiornate e approfondimenti necessari sulle procedure adottate. Persistono inoltre dubbi su costi e appalto, non pienamente chiariti dalle strutture governative.
2. I costi dell’opera: una montagna che cresce
Il costo ufficiale dichiarato è di 13,5 miliardi di euro, ma diverse analisi suggeriscono una possibile lievitazione dovuta a variazioni progettuali, compensazioni ambientali, misure di sicurezza aggiuntive e aggiornamenti normativi. La Corte dei Conti teme che l’incremento dei costi complessivi superi i limiti europei entro cui si può evitare una nuova gara d’appalto, aprendo uno scenario potenzialmente irregolare.
3. Il percorso autorizzativo traballante
Il pacchetto documentale presentato risulta incompleto. Mancano pareri del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, documenti ambientali essenziali e certificazioni richieste dalle norme europee sulla valutazione di impatto. Anche le tempistiche accelerate dall’esecutivo, grazie a norme speciali, hanno contribuito a creare un iter percepito come affrettato e privo di alcuni passaggi obbligatori.
4. Le risposte (o le promesse) di Ciucci e del governo
L’amministratore delegato Pietro Ciucci continua ad affermare che “tutte le norme sono state rispettate” e che l’opera può partire senza ulteriori gare. Sostiene che i rilievi della Corte saranno risolti con integrazioni documentali e che entro marzo l’avvio dei lavori sarà possibile. Tuttavia, a oggi mancano atti formali che confermino questa previsione, e l’intero apparato governativo appare più impegnato nella comunicazione che nella trasparenza tecnica.
5. Le ombre che pesano
La mancata registrazione della delibera è il segnale che le criticità non sono dettagli marginali ma questioni sostanziali: costi, legalità dell’appalto, valutazioni ambientali e assenza di pareri tecnici. Finché questi elementi non verranno risolti, i cantieri rimarranno solo annunci. A preoccupare è anche la mancanza di un piano economico-finanziario strutturato e verificabile.
6. L’eterna promessa politica
Il ponte è diventato un simbolo politico più che un’opera ingegneristica. Salvini continua a usarlo come vessillo, promettendo rivoluzioni infrastrutturali, occupazione e sviluppo. Ma ogni annuncio è seguito da uno stop, un rinvio o una correzione. Da anni, tra riunioni, conferenze stampa e slogan, il ponte rimane una promessa che non si traduce in realtà. È sempre “a un passo dall’inizio”, ma quel passo non arriva mai.
Insomma, il Ponte sullo Stretto rimane una gigantesca promessa, un’opera spesso raccontata come imminente ma che, nei fatti, non supera mai gli ostacoli tecnici e amministrativi. Con miliardi già impegnati e altri previsti, i cittadini continuano a finanziare una favola che non trova riscontro nei cantieri. Tra documenti mancanti, costi non trasparenti e procedure incerte, l’unica certezza è che, per ora, il ponte è più un esercizio politico che un progetto reale.
















