L’operazione dei centri di accoglienza per i migranti in Albania si conferma un progetto dai contorni sempre più controversi. Secondo una nuova analisi di ActionAid e Università di Bari, resa possibile grazie ad accessi civici e raccolta dati sul campo, emergono elementi che indicano uno spreco di denaro pubblico, affidamenti poco trasparenti e costi enormemente superiori alle strutture italiane. L’organizzazione ha infatti depositato un esposto di 60 pagine alla Corte dei Conti e ha inoltrato una segnalazione all’ANAC su presunte irregolarità nella gara di gestione.
Un’escalation di fondi pubblici: da 39 a 65 milioni, poi oltre 80 in gare bandite
La costruzione dei centri in Albania ha preso avvio con uno stanziamento iniziale di 39,2 milioni di euro, previsto dalla legge di ratifica del Protocollo bilaterale. Dieci giorni dopo, con il cosiddetto “Decreto PNRR 2”, la gestione del progetto è stata spostata al Ministero della Difesa e il budget è salito a 65 milioni.
Da lì in avanti, secondo i dati raccolti dal progetto Trattenuti, la spesa è lievitata rapidamente:
- 82 milioni di euro in gare pubblicate;
- 74 milioni di contratti firmati, quasi tutti tramite affidamenti diretti;
- 61 milioni già erogati per gli allestimenti dei centri.
Una dinamica che, secondo ActionAid, rappresenta “una distorsione nell’uso di risorse pubbliche”, sottratte ad ambiti come salute, giustizia e servizi essenziali.
Norme piegate, centri semivuoti e costi molto più alti dei CPR italiani
Le difficoltà non sono solo economiche. Le sentenze dei tribunali italiani e della Corte di Giustizia UE hanno più volte rallentato o bloccato alcune procedure del Protocollo Italia-Albania. Nonostante il Governo abbia provato ad adattare la normativa per mantenere operativo il progetto, a marzo 2025 solo il 39% dei posti dichiarati risultava attivo.
Il costo effettivo risulta sproporzionato: nel centro di Gjader, un singolo posto letto per due mesi di attività costa circa 1.500 euro, praticamente quanto un intero anno di gestione in strutture analoghe come quella di Modica.
Precedenti allarmanti: convalide nulle e rimpatri minimi
La sperimentazione in Sicilia aveva già mostrato forti criticità.
- 2023, Modica: nessuna convalida di trattenimento, nessun rimpatrio.
- 2024, Modica + Porto Empedocle: 5 rimpatri su 166 persone (circa il 3%).
Nonostante questi risultati, il Governo ha continuato a intervenire con decreti d’urgenza per superare gli ostacoli normativi e proseguire con il progetto albanese.
La “fase 2”: trattenuti portati in Albania e poi riportati in Italia
Da marzo 2025 è iniziata una nuova fase operativa: il trasferimento in Albania di persone già trattenute in un CPR italiano. Una procedura che, nei fatti, comporta un doppio trasferimento — dall’Italia all’Albania e ritorno — con un aggravio consistente di costi.
A fine 2024, il costo giornaliero per detenuto nel CPR di Gjader è quasi triplo rispetto a un CPR italiano, mentre in Italia il 20% dei posti disponibili restava inutilizzato.
Spese accessorie esplosive: missioni, logistica e vitto delle forze dell’ordine
A pesare sui conti pubblici non ci sono solo gli allestimenti, ma anche i costi collaterali:
- 2,6 milioni spesi dalla Difesa per manutenzione e forniture della nave Libra, oltre a missioni e indennità per Carabinieri e Marina;
- 630.000 euro del Ministero dell’Interno per trasferimenti e tecnologie;
- costi di vitto e alloggio per le forze dell’ordine che, in Albania, tra ottobre e dicembre 2024, hanno raggiunto 105.616 euro al giorno, quasi 18 volte la spesa giornaliera del CPR di Macomer e oltre 28 volte quella di Palazzo San Gervasio.
Giustizia e salute: strutture incomplete e uffici deserti
Il Ministero della Giustizia ha siglato contratti per quasi 2 milioni di euro e ne ha già pagati 1,2, per un penitenziario di Gjader che a oggi risulta:
- mai entrato in funzione,
- completato solo al 70%.
Sul fronte sanitario, il Ministero della Salute ha autorizzato 4,8 milioni di spesa, pagandone 1,2. Tuttavia, gli uffici dell’Usmaf Albania — creati come presidio sanitario — risultano deserti da marzo 2025, e la commissione vulnerabilità viene convocata esclusivamente da remoto.
Secondo ActionAid, ciò significa che il diritto alla salute, pur formalmente garantito, non viene nei fatti tutelato.
Perché la segnalazione alla Corte dei Conti e all’ANAC è cruciale
Alla luce di questi elementi — centri semivuoti, costi fuori scala, affidamenti diretti, appalti da 133 milioni non sottoposti a verifiche di rilevanza internazionale — ActionAid ritiene che il progetto abbia generato una perdita erariale tale da richiedere una verifica urgente della Corte dei Conti.
Parallelamente, l’ANAC dovrà chiarire se l’appalto di gestione sia stato affidato nel rispetto delle regole di trasparenza e concorrenza.
Il rischio, secondo l’organizzazione, è che persone formalmente sotto la custodia dello Stato siano di fatto affidate alla gestione di soggetti privati, senza adeguati controlli pubblici.
Per maggiori dettagli sull’esposto visita il portale dell’Organizzazione.

















